In alto mare (versione italiana)

“Dove mi vai tanto a destra? Qui dirigi la rotta;
ama il lido e con la sinistra senza remo stringa la roccia;
altri tengano il largo.” disse; ma Menete temendo
le cieche rupi, distorce la prora verso le onde d’alto mare.
Virgilio, Eneida, V.

Volo Parigi Antananarivo. Aereo pieno di europei in vacanza, camuffati in vari modi. Gruppi folk di adolescenti che cantano e ballano in attesa della spedizione. Energia, ormoni. Missione mormone. Intrepidi trekkers (della serie TV di Star Trek e spedizioni: “L’avventura è l’avventura”) vestiti con abiti e scarpe per qualsiasi occasione che oggi chiamiamo «tecniche», comperate nella sezione “avventura” dal Decathlon locale. Volti di curiosità. Monaci, monache di molte razza e di diverse condizioni. Due si siedono vicino a noi in aereo e sono due deliziose persone. «Haz el bien y no mires a quién». Di fronte alla porta d’ingresso dell’aereo la fila di persone che aspetta d’imbarcarsi sembra come una coda di serpente che s’insinua tra le file di sedie in aeroporto. Come sempre, tutti cercano di essere i primi a salire sull’aereo, come se qualcuno potesse rimanere senza sedile. A volte sembra che sia un’edizione speciale di sedie musicali (musical chairs, un gioco che nelle Filippine e in Germania ha un nome curioso, in tedesco: “Reise nach Gerusalemme”). Tra il personale malgascio c’e’ una varietà impressionante di razze. Il piccolo notebook “Passeport pour Madagascar” che forniscono gli hostessos parla di 14 gruppi raziali diversi. Questo si sente nel velivolo. Ci sono molti tratti indù e altri tratti dall’Africa centrale. Sono tutte di grande eleganza e si muovono con eccezionale raffinatezza. L’isola del Madagascar, conosciuta nelle isole circostanti, come la Grande Terre è nel mezzo dell’Oceano Indiano e i movimenti migratori che si sono verificati nei secoli hanno lasciato il loro segno. Molti commercianti sono musulmani arrivati dall’India. Si siedono nella nostra stessa fila due monache benedettine italiane che hanno vissuto, rispettivamente, 42 e 37 anni in Madagascar. Lavorano in un ospedale nel nord dell’isola. Insegnano, aiutano in quello che possono. ONG prima della lettera (avant la lettre).

Durante il volo si cerca di leggere, guardare qualche film, ma sembriamo dei sonnambuli. Ci siamo svegliati alle 3:15 del mattino. Il sempre affabile Bruno, che ci ha accompagnato fino l’aeroporto di Torino, ci ha salutato con un «che ore!».

Durante il volo ho guardato per l’ennesima volta un film che mi entusiasma, F for Fake (1975) di Orson Welles. Nel film Welles dice una frase che annoto per ricordarla: «Reality is the toothbrush waiting for you at home in its glass, a bus ticket, a pay-check, and the grave.» [La realtà è lo spazzolino da denti che ti aspetta a casa nel suo bicchiere, un biglietto dell’autobus, la busta paga, e la tomba].

La riflessione su Chartres:

F come falso – un’analisi visiva (1 di 2)

Siamo arrivati a mezzanotte a Antananarivo, la capitale del Madagascar. Siamo benvenuti con uno sciopero selvaggio del personale di Air Madagascar che dilaga da più di tre mesi. Dobbiamo aspettare per due ore la consegna delle valigie. Neanche all’aeroporto El Prat di Barcellona, uno dei peggiori al mondo in termini di velocità di distribuzione dei bagagli al povero viaggiatore aeronautico, è arrivato a questo record.

Un tassista contattato in precedenza che se chiama Liva (suona come l’IVA) ci porta a Tanà. Così viene chiamata la capitale Antananarivo, un nome troppo lungo, come tutti i nomi malgasci. Capiremo dopo poche ore che la città è mezza indiana e mezza africana. L’ordine caotico dei mercati rispetta i colori africani mentre i concessionari sono quasi tutti musulmani indiani con la faccia rigida e il cappello bianco e tondo che decora la testa.

Il disordine si nota nell’integrazione delle vestigie della colonia francese; nelle fila di case mansardate che ricordano gli chalet di montagna del Massif Central.

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I nuovi edifici invadono con un particolare senso del caos il passato: ora si vive in strada. Accumulo di negozi sotto un simil tetto di foglie di palma, bancarelle che vendono esattamente la stessa cosa l’una accanto all’altra o situazioni temporanee che invadono tutti i marciapiedi in centro, offrendo la merce su un pezzo di stoffa o sul cofano di un’auto parcheggiata. Invasione di vecchie Renault 4L, come le vecchie auto di Detroit a Cuba che sono state ridisegnate per nuovi usi e una lunga vita meccanica. Modelli convertibili, modelli che si trasformano in autobus improvvisati, fono a viaggiare in otto persone. «Estibats, ben estibats», direbbe Capri. Merci cinesi di prezzo rigorosamente basso e di prezzo ancora piú basso, cloni dei prodotti di marche occidentali e giapponesi. Telefonini, chiavette (o flash drives), ma non vedo neanche un computer. Montagne di dischi DeVeDe o altre varianti di formati per proiettare i film commerciali e i grandi successi del cinema di Hollywood (noiosissimi e quasi impossibili di guardare, l’uno vale l’altro) venduti per quattro lire.

Siamo andati in un negozio di tessuti. Tutti attentissimi e gentilissimi ti accompagnano a guardare il tessuto che desideri. Sembra di essere nella “La Puntual” (negozio di merceria in un romanzo ambientato nella vecchia Barcellona).

Cerchiamo cestini realizzati in fibra di foglia di palma. Liva suggerisce di andare in un grande mercato all’aperto. In un minuto si organizza una scena impressionante: da piu’ banchi si agitano gruppi di donne alla ricerca delle misure giuste dei panieri di rafia di cui abbiamo bisogno. Alla fine, un’impilata di forse venti cesti ci compare davanti e scegliamo i dieci che ci servono.. Una delle donne ci ha accompagnato fino alla macchina seguendoci con i cesti sulla testa. Ha un senso invidiabile di equilibrio e una forza fisica che farebbe invidia a molti ginnasti del DIR (catena di centri sportivi a Barcellona).

Per le strade la gente ci guarda con curiosità. Noi siamo «vasà», cioè stranieri.

Abbiamo raggiunto il Madagascar, la quarta isola per estensione del mondo, un grande paese come la Francia e il Benelux. Sembra piccola ma non lo è. Antananarivo, la capitale, si trova negli altopiani. Altri ecosistemi sono foresta pluviale tropicale e il deserto. Siamo in inverno e di notte fa un freddo cane. Avremo l’opportunità di viverlo fra poco.

Il programma era volare da Tana a Nosy Be, piccola isola a nord ovest di Madagascar, ma lo sciopero intermittente di Air Madagascar ci impedisce farlo. Alcuni amici ci hanno avvertito che il nostro volo è stato cancellato a tempo indeterminato. Risultato: se vogliamo arrivare in tempo e non trascorrere una settimana all’aeroporto cercando fortuna, dobbiamo arrivare in machina alla città di Ambanja e al porto più vicino, Ankify. Tutte e due si trovano a 900 km da Tana. Abbiamo deciso di partire alle 9 di sera con il nostro autista, Liva. Prima di iniziare il viaggio ci avverte che per non addormentarsi deve viaggiare con il finestrino aperto. Noi ci congeliamo durante la notte, ma quando esce il sole e arriviamo vicino alla costa, dal clima tropicale, tutto cambiera’. Siamo ora in inverno e la sera nel plateau la temperatura è di 8 ° C.

Il viaggio di notte è di una monotonia schiacciante. Siamo di fronte ad una strada asfaltata abbastanza decentemente, che attraversa le montagne. Superiamo dei convogli di camion che gettano nell’aria (e nel nostro naso) un fumo nero denso di olio combustibile. Superiamo anche una grande quantità di Taxi-bus: un minibus contiene una ventina di persone, con i pacchetti e i bagagli legati sul tetto. Alcuni sono impilati così in alto che tutto il paquetam sembra doversi ribaltare alla curva successiva. Per pochi Ariary (moneta locale, 1 € = 3500 Ar sul mercato nero) ti portano in qualsiasi posto in tutto il paese. Monotonia di viaggiare come un pacco, senza poter guidare. Ansia per alcune manovre spericolate del nostro driver anche se perfettamente controllate. Di tanto in tanto il rumore dei pneumatici in una curva veloce o il rumore delle oscillazioni delle sospensioni ci fa venire la pelle d’oca. Dopo un paio d’ore di viaggio ci fermiamo in un villaggio. Una notte buia. Possibilità di andare in bagno e comprare acqua (che risulta una gazzosa troppo dolce). Il paese (quello che vediamo) è una lunga fila di case, ciascuna con una finestra o un banco versato sulla strada dove si vendono vari alimenti. Ci sono dei servizi igienici non convenzionali: pieni di zanzare e con un forte odore. Su entrambi i lati della strada molti camion e minibus si sono fermati come noi.

Il viaggio è lento e monotono. Abituati alla velocità delle autostrade, i chilometri passano con un’assurda lentezza. Senza possibilità di vedere nulla perché è una notte senza luna, solo intuiamo le sagome delle montagne che suggeriscono la luce fioca di una notte stellata prodigiosa. La strada è buia. Monotonia. Il mondo sembra la gola di un lupo. Senza luna. Solo accompagnati dalle stelle, con la Croce del Sud che grazie allo zero inquinamento luminoso, è d’una splendida lucentezza. E’ anche l’unica costellazione che riusciamo a identificare. Dopo 400 km ci fermiamo a riposare. Abbiamo dormito in macchina, seduti com’eravamo per un’ora. E’ un incubo claustrofobico. Ho sognato che qualcuno aveva aperto la porta e aveva preso le chiavi e noi eravamo stati abbandonati in mezzo alla strada. Mi sveglio.

Continuano i chilometri monotoni. Discese e salite, ponti che arrivano dai tempi in cui la strada era sterrata e sui quali circola solo una macchina e l’altra deve cedere il passo. Monotonia, monotonia. Quando finalmente albeggia il viaggio migliora notevolmente. Ora vediamo le case, i campi. Quello che era notte profonda e scura, con pochissima attività, a parte le luci e il rumore dei camion e taxi-bus , ora diventa un giorno limpido e pieno di movimento. Tutto si mette in azione. La strada è piena di gente che cammina, le persone si accumulano sui carri rimorchiati da uno zebù. Ci fermiamo in un villaggio per un caffè al calzino. E’ uno dei migliori caffè che ho bevuto in vita mia. La gente del posto ci guarda con curiosità e ci chiama con simpatia «vasà, vasà». Sono le sei del mattino e il sole non è ancora uscito, ma l’attività è già frenetica. Quando arriva l’alba il rituale magico che si ripete con precisione programmata di ogni giorno, assume un significato più profondo. È il risveglio del mondo. Tutto prende forma e colore. Persone, animali si muovono lentamente verso i campi. Le persone si risvegliano. Siamo passati da un film in bianco e nero, a un film a colori.

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Due ore più tardi ci fermiamo per un secondo caffè e acqua potabile. Siamo a 600 km. di Tanà. La temperatura è aumentata notevolmente. Baretto provvisorio sotto una tettoia costruita con foglie di banano. Parliamo con un uomo anziano. Siamo -pensiamo- a Ankerika. Lui è un insegnante in pensione, ha 68 anni, che è appena stato assunto per insegnare in una nuova scuola privata francese appena creata nella zona. È entusiasta di poter lavorare di nuovo. La scuola l’ha fondato un francese molto fantasioso che con grande senso dell’opportunità ha battezzato la scuola “Le français”. Il proprietario ha avuto grandi difficoltà a trovare giovani malgasci capaci d’insegnare nella scuola. Pochi parlano il francese tra i giovani. La cultura francese è stata persa in Madagascar. Abbiamo parlato con lui mentre beviamo un caffè annacquato. Si lamenta della mancanza d’istruzione nel paese. Prima, al tempo della colonia, l’istruzione era obbligatoria, ora non più. I bambini crescono senza sapere nulla. Si tratta di un grosso problema sociale. Tutto ciò che è anormale in altri paesi, nel Madagascar è normale, dice. Ci ha chiesto il motivo per cui viaggiamo da Tanà fino Ankify in machina, e ho citato lo sciopero di Air Madagascar. Dura da tre mesi, si lamenta. Parliamo dei cambiamenti nel suo paese a causa della mancanza di educazione. Dieci anni fa, poteva cacciare il cinghiale in paese. Ora –lo ha fatto ieri con suo figlio- dovrebbe andare in un posto a 10 km per trovarlo. La sua spiegazione è che i malgasci, per stupidità, un po’ per mancanza di educazione o per atti di teppismo, hanno bruciato tutti gli alberi e gradualmente hanno perso le loro foreste. Non so se sia così facile. Ho letto da qualche parte, in una guida, che la necessità di carbone per cucinare è quello che ha fatto che le foreste siano scomparse molto rapidamente in Madagascar. E’ un paese deforestato.

Continuiamo verso nord, cercando Ambanja e Ankify. I paesi sono organizzati come piccoli gruppi di capanne sotto un albero di mango, ombra profonda e accogliente. Abbiamo investito un pollo. I fiumi sono larghi e creano una chiazza di verde intorno. Palme, manghi. Di tanto in tanto dobbiamo rallentare perché un branco di zebù blocca il passaggio.

A volte attraversando i villaggi sulla nostra strada, il nostro autista circola a velocità eccessive. Ha un trucco per mettere in guardia le persone o gli animali svegli (zebù, galline) che attraversano la strada: utilizza tre suoni diversi di clackson a seconda delle situazioni. Il primo è la macchina normale che usa continuamente come di consueto in Asia: per mettere in guardia altre auto, per ricordare che c’è e per qualsiasi altro motivo. Un secondo corrisponde al clacson di un camion. La gente si spaventa quando ci sentono. Sicuramente si fa notare. Il terzo è una sirena della polizia. Dice che la utilizza solo in situazioni estreme, quando per esempio a Tanà un bus si e’ fermo blocca il traffico. Gli chiediamo se la polizia non lo ha mai multato per l’uso di questo suono, ma lui risponde che non è ancora mai successo.

Finalmente abbiamo raggiunto il mare. Si sente per la quantità delle palme, sentiamo l’odore dell’aria salata. Mi pesano gli occhi. Non ho dormito per evitare che il guidatore si addormentasse, parlandogli tutto il tempo. Dopo diciassette ore siamo arrivati in vista del mare. Siamo in un porto africano di quelli che uno scrittore di altri tempi, Josep M. Folch i Torres, ha descritto che sembrava il molo del carbone: barche arrugginite, un veloce controllo dei passaporti. Odori di tutti i generi, di pesce marcio, di frutta, di sale, di … Vita. Siamo in alto mare.

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